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Prestito in azienda: personale, finalizzato e dal fisco leggero

Pubblicato il 05/11/2019

Un qualsiasi lavoratore dipendente può chiedere un finanziamento al proprio datore di lavoro nell’ambito delle politiche di welfare che si sono sviluppate nel settore privato. Si tratta di un finanziamento inquadrato tra i fringe benefits, ovvero "benefici accessori" che si aggiungono allo stipendio. Oltre a un finanziamento, questi benefici possono anche essere, per fare degli esempi, i buoni pasto, un'auto aziendale, o i servizi di educazione e istruzione.

 

Prestito personale e finalizzato

Chiedere un prestito al proprio datore di lavoro è sempre possibile. Ma a differenza della cessione del quinto, che non può essere rifiutata, nel caso di un finanziamento interaziendale il datore di lavoro può rifiutarsi di concederlo. È quindi più probabile ottenere una risposta affermativa in realtà medio grandi, piuttosto che piccole. Nel dettaglio, si tratta di una rara forma di prestito sia personale sia finalizzato: del primo ha in comune la liquidità ottenuta, mentre del secondo la motivazione. Infatti, la richiesta di prestito al datore di lavoro deve essere adeguatamente motivata. Un aspetto, questo, che lo rende simile al prestito finalizzato (vincolato verso una determinata spesa). Una volta ottenuto il via libera, il finanziamento può essere erogato o con fondi aziendali oppure il datore può stipulare convenzioni con i tradizionali istituti di credito (banche e finanziarie), a volte accollandosi una quota degli interessi.

 

Tassi e interessi

Il prestito concesso dal datore di lavoro può essere di tre tipi. Nel primo caso il datore può concederci un prestito al tasso medio di mercato; opzione che può essere conveniente se non abbiamo diritto alla cessione del quinto (il datore ha meno di 16 dipendenti) o se  il sistema creditizio ci ha negato un finanziamento. Nel secondo caso, può concederci un prestito a tasso agevolato, ovvero ridotto rispetto a quello di mercato. In questo caso, l'agevolazione sul tasso di interesse fa sì che il prestito erogato dal datore di lavoro sia più conveniente rispetto sia alla cessione del quinto sia ad altre forme di prestito personale. Infine, si può ottenere un prestito aziendale in busta paga senza interessi.

 

Fisco leggero

In tutti e tre i casi, dal punto di vista fiscale, la tassazione sui prestiti ai dipendenti è più conveniente rispetto agli altri finanziamenti: è tassato solamente il 50% tra il tasso di interesse concesso al lavoratore e il tasso ufficiale di sconto, ovvero quello mediamente praticato al momento della stipula o alla fine di ciascun anno. Facciamo un esempio: se il tasso mediamente applicato sul mercato dei prestiti omologhi a quelli concessi al dipendente è del 3% e il datore di lavoro lo eroga all’1%, la differenza tassabile è pari all’1% sull’intero finanziamento, dato da (3% – 1%)/2. Secondo quanto specificato dall’Agenzia delle Entrate, nel caso di mutuo ipotecario, il lavoratore ha diritto a usufruire della detrazione del 19% sugli interessi, relativamente alla quota rimasta a suo carico, ossia al netto dell’eventuale contributo del datore.

 

La procedura

Di solito, le grosse aziende hanno un loro modulo richiesta di prestito aziendale personalizzato con tanto di logo. Ma, a prescindere dal modello, la richiesta di finanziamento contiene sempre i medesimi elementi: dati identificativi del contratto del dipendente, importo del prestito, periodo di rimborso (anni e numero rate), motivi del finanziamento, modalità di erogazione: l'unico dato che potrebbe mancare è quello relativo al tasso applicato il quale sarà determinato dal datore di norma con una lettera con la quale accoglie la richiesta di prestito.

A cura di: Sofia Fraschini

Parole chiave

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