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Moratoria e misure straordinarie congelano i crediti deteriorati nel 2020

Grazie alle misure straordinarie, volte a sostenere le imprese durante l'emergenza coronavirus, è stato impedito il blocco delle attività economiche. Sia la moratoria che tali strumenti hanno evitato che le restrizioni si traducessero in un'impennata dei default delle aziende.

Pubblicato il 20/03/2021

Da un anno ormai si fanno i conti con l’emergenza coronavirus e con i suoi duri effetti. E da mesi ormai si prova a reagire su tutti i fronti. Le misure straordinarie a sostegno delle imprese hanno infatti scongiurato il fallimento di molte attività economiche a causa del blocco e delle successive restrizioni. Si stima ora che nel 2021 ci possa, però, essere un aumento dei nuovi flussi di crediti deteriorati con un miglioramento parziale nel 2022.

Secondo quanto risulta dall’Outlook Abi-Cerved sui crediti deteriorati delle imprese italiane, i tassi di deterioramento delle imprese italiane sono scesi ai minimi storici (2,5%) nel 2020. Con la fine delle misure di emergenza, i tassi di deterioramento sono però attesi in crescita nell’anno in corso (4,3%), per poi tornare a calare nel 2022. La previsione è che il prossimo anno si attesteranno comunque su livelli (3,7%) superiori a quelli pre-Covid. 

Secondo la fotografia scattata dall’Outlook Abi-Cerved i nuovi flussi di crediti in default si manterranno su livelli ben distanti rispetto ai picchi raggiunti nel 2012 (7,5%). L’impatto più forte, al termine del biennio, riguarderà soprattutto le aziende di media dimensione e le imprese operanti nell’edilizia e nei servizi, settori particolarmente colpiti dalla pandemia. Secondo le stime le piccole imprese e le aziende operanti nel comparto industriale risulteranno relativamente meno segnate dalla crisi causata dall’emergenza coronavirus.

Nel terzo trimestre del 2020 è stata registrata una contrazione dei tassi di deterioramento delle società non finanziarie: si è passati al 2,5% rispetto al 2,9% del terzo trimestre 2019. Parliamo di livelli molto distanti dai picchi raggiunti nel pieno della crisi economica (7,5% a fine 2012). A partire da quest’anno, secondo lo studio effettuato, al termine degli effetti di contenimento delle moratorie e delle altre misure eccezionali messe in campo dalle autorità di vigilanza e dai governi, questa lunga fase di miglioramento si interromperà e ci saranno inevitabili conseguenze sui tassi di deterioramento del credito. 

Secondo le previsioni, nel biennio 2021-22, i tassi di deterioramento delle società non finanziarie torneranno a crescere. Nel 2021 l’incidenza dei flussi di nuovi prestiti in default sul totale dei prestiti in bonis è prevista al 4,3%, con un calo nel 2022 (3,7%) che terrà i tassi di deterioramento su livelli più alti rispetto al pre-Covid (2,9%) ma decisamente più bassi rispetto ai precedenti massimi del 2012 (7,5%). L’impatto del Covid sui tassi di deterioramento nel biennio 2021-22 risulterà più significativo per le medie imprese (dall’1,7% del 2019 al 2,9% del 2022) e per le microimprese (dal 3,1% del 2019 al 3,9% del 2020), e relativamente più contenuto per le piccole imprese, che al termine del periodo di previsione si attesteranno al 2,6%, un valore più alto del 2019 (2,1%) ma inferiore rispetto al 2007 (2,9%).

I comparti più colpiti dalla crisi

Secondo l’indagine ci saranno soprattutto alcuni comparti ad essere più colpiti sotto il profilo economico. Parliamo dei settori dei servizi (dal 2,8% del 2019 al 3,8% del 2022) e delle costruzioni (dal 4,0% al 4,9%) mentre l’industria, pur aumentando i tassi dal 2,3% del 2019 al 2,9% del 2022, si manterrà su livelli inferiori a quelli del 2008 (3,3%). 

Secondo le previsioni saranno, invece, le piccole imprese operanti nel settore terziario a far osservare tassi di deterioramento inferiori al periodo pre-Covid (2,0% nel 2022 contro 2,1% nel 2019). Dalle stime viene fuori che gli incrementi più marcati saranno registrati nelle regioni del Centro, dove la percentuale di crediti in default sul totale dei prestiti in bonis raggiungerà il 4,4% nel 2022 (dal 3,0% del 2019). Nel Nord-Ovest e nel Nord-Est il rialzo dei tassi risulterà nell’ordine dello 0,7% rispetto al 2019 (rispettivamente 3,1% e 2,8% nel 2022). Il Sud, secondo lo studio, resta al termine del periodo di previsione l’area territoriale caratterizzata dai tassi di deterioramento più alti.

I commenti

“I dati presentati oggi - ha dichiarato Giovanni Sabatini, Direttore Generale di Abi- confermano gli effetti positivi, per l’economia, delle iniziative assunte dalle autorità, nazionali ed europee, e dalle banche. In uno scenario che resta incerto è necessario che le misure attivate per far fronte alla crisi siano mantenute in vigore sino al definitivo superamento dell’emergenza sanitaria e, successivamente, sarà comunque fondamentale applicare la massima gradualità nella loro rimozione”. Dall’Associazione Bancaria Italiana parte l’appello perché si possa intervenire sul quadro regolamentare affinché incentivi le banche a concedere misure di agevolazione a favore di famiglie ed imprese.

 “Le misure di contenimento finora hanno funzionato bene, minimizzando l’impatto sul settore bancario ed evitando fallimenti a catena”, ha commentato Andrea Mignanelli, Amministratore Delegato di Cerved. “Ora però viene il difficile: il Covid ha impresso una forte accelerazione ad alcune tendenze, come la digitalizzazione, che hanno il potenziale di cambiare la struttura della nostra economia. È necessario selezionare gli interventi, favorendo una transizione verso le imprese e i settori più produttivi: Cerved è pronta a supportare le istituzioni e le banche a prendere decisioni basate su informazioni affidabili, puntuali e con una forte capacità prospettica”.

A cura di: Tiziana Casciaro

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