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CGIA: reddito degli italiani in calo nel 2020

L’Ufficio studi della CGIA ha calcolato che, in base all’andamento del Pil, quest’anno il reddito pro capite degli italiani risalirà di soli 1.400 euro, a fronte di un calo subito lo scorso anno di 2.660 euro. Il Paese rischia di finire su un binario morto sen non utilizzerà i fondi Ue al meglio.

Pubblicato il 25/01/2021

La camminata del reddito degli italiani: due ‘passi’ indietro compiuti lo scorso anno, seguiti solo da un parziale recupero nel 2021. Una dinamica che riflette l’andamento previsto del Prodotto interno lordo che, a fronte di una caduta accusata durante il 2020 stimata attorno al 9,9%, quest’anno dovrebbe tornare a crescere del 4,1%.

Traducendo questi dati in valori assoluti e nominali emerge – secondo i calcoli della CGIA di Mestre - che nel 2020 la crisi avrebbe bruciato complessivamente 156 miliardi di euro di ricchezza presente nel Paese. Durante quest’anno, invece, dovremmo risalire la china e recuperarne 83, registrando quindi nel biennio un saldo negativo di 73 miliardi.

Ritorno a una situazione pre-Covid non prima del 2024

Sulla base di questo differente ‘passo’, avverte Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi, si può stimare che a livello pro capite l’anno scorso ogni italiano abbia perso mediamente 2.600 euro di reddito, mentre quest’anno ne riguadagnerà poco meno di 1.400, con un saldo negativo di poco superiore a 1.200 euro.

Il rimbalzo dell’economia non sarà quindi sufficiente per recuperare il terreno perduto e, con queste basi, è verosimile sostenere che torneremo a una situazione pre-Covid non prima del 2024. Sarà perciò decisivo, sottolinea ancora Zabeo, spendere tutti e nel migliore dei modi i 209 miliardi di euro di aiuti (nell’ambito del Next Generation Eu) che arriveranno dall’Unione Europea.

Indispensabili i fondi Ue

In caso contrario l’Italia rischia di non farcela ed è possibile che la crisi economica in atto si trasformi in una crisi sociale senza precedenti, dove a pagare il prezzo più alto saranno i più deboli, come i giovani e le donne.

E in questo contesto si inseriscono i problemi che emergeranno dall’adozione (da inizio gennaio) della normativa europea in materia di credito. Al riguardo la CGIA sottolinea che il vero problema non riguarderà tanto, in particolar modo, la nuova definizione di default, ma l’atteggiamento molto misurato che gli istituti di credito saranno obbligati a tenere a seguito delle disposizioni introdotte da questa misura sulla ‘gestione’ dei crediti deteriorati.

Mercato del credito in ‘salita’ per nuova normativa europea

La nuova definizione di default, spiega Renato Mason, segretario di CGIA, costringerà le banche ad avere un comportamento molto più prudente nei confronti di famiglie e imprese. Con l’abbassamento della soglia di sconfinamento, infatti, registreremo una impennata dei crediti deteriorati.

Per evitare di avere una mole eccessiva di Npl, Bruxelles ha imposto alle banche la svalutazione in 3 anni dei crediti a rischio non garantiti e in 7-9 anni per quelli con garanzia reali. È evidente che queste misure indurranno le banche a essere più caute nell’erogare i prestiti, per evitare, nel giro di pochi anni, di sostenere forti perdite di bilancio. L’accesso al credito al consumo (e anche ai finanziamenti necessari alle imprese) diventerà probabilmente più rigido.

Prospettive grigie per consumi e investimenti

Secondo le stime elaborate nel novembre scorso dalla Commissione Europea, tra gli indicatori economici italiani destano molta preoccupazione i consumi delle famiglie. Questi ultimi, che costituiscono la componente più importante del Pil nazionale (circa il 60%), nel 2020 hanno subito una contrazione importante.

In termini assoluti le famiglie ‘hanno risparmiato’ circa 110 miliardi (-10,5%). In buona sostanza, ogni famiglia ha tagliato la spesa per gli acquisti di circa 4.400 euro. Nel 2021, invece, la ripresa sarà solo del +3,8%. Ancor più preoccupante è il trend degli investimenti: per il 2020 sono stimati crollare del 13,6%, mentre per l’anno in corso è previsto un aumento del 7,2%.

Timori per prossimo sblocco dei licenziamenti

In linea generale, secondo la CGIA, la gravità della situazione è più evidente se si paragona il quadro con quello del 2009, annus horribilis dell’economia italiana degli ultimi 75 anni. Allora, il Pil scese del 5,5% e la disoccupazione (in 2 anni) passò dal 6 al 12%.

Se le cose andranno bene, nel 2020 il Pil diminuirà di circa il 10% e, con un crollo quasi doppio, è evidente che questo avrà degli effetti molto più negativi sul mercato del lavoro. Infatti, quando verrà meno il blocco dei licenziamenti, previsto per il prossimo 31 marzo, il Paese corre il rischio di vedere aumentare a dismisura il numero delle persone senza lavoro. Un problema che, stimano gli esperti, colpirà soprattutto giovani e donne.

A cura di: Fernando Mancini

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