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CGIA: è necessario cambiare la definizione di default

Le imprese italiane, già provate dalla crisi innescata dal Covid, rischiano di confrontarsi con un nuovo credit crunch a causa delle nuove norme Ue in materia di default. Le banche adottano già un comportamento prudenziale e, per questo, sostengono gli esperti della CGIA, è necessario modificarle.

Pubblicato il 01/04/2021
Nuove norme su definizione di default

La preoccupazione tra gli imprenditori di finire nella lista dei ‘cattivi pagatori’ cresce, nonostante Banca d’Italia assicuri che la nuova definizione di default non modifichi nella sostanza le segnalazioni alla Centrale dei Rischi.

In particolare, ha tenuto a sottolineare il Governatore, Ignazio Visco, questa non ha riflessi diretti sugli sconfinamenti, sulla classificazione a sofferenza o sul pagamento delle utenze sui conti correnti. Le nuove regole, ha spiegato, riguardano solo il modo con cui le banche devono classificare la clientela ai fini del calcolo dei requisiti patrimoniali minimi obbligatori che questi devono rispettare. Eppure, gli esperti della CGIA ritengono che sia quanto mai necessario cambiare la definizione di default.

C’è inadempienza per un mancato rientro da oltre 90 giorni

Dietro l’analisi della CGIA di Mestre c’è soprattutto il fatto che, dall'inizio di quest'anno, gli istituti di credito hanno l'obbligo di applicare le nuove regole europee sulla definizione di default. Per la precisione, le banche ad esempio definiscono inadempiente un piccolo imprenditore che presenta un mancato rientro da oltre 90 giorni, il cui importo risulta superiore sia ai 100 euro sia all'1 per cento del totale delle esposizioni pendenti verso il gruppo bancario.

Nel caso superi entrambe le soglie, può scattare la segnalazione presso la Centrale Rischi della Banca d'Italia che, automaticamente, classifica l'imprenditore come cattivo pagatore, impedendogli così di poter disporre per un determinato periodo di tempo dell'aiuto di qualsiasi istituto di credito.

A rischio tantissime partite IVA

In pratica si potrebbe andare incontro a un credit crunch forzato dalle nuove norme europee che sono tese a ridurre la principale fonte di rischio delle banche, ovvero l’eventuale aumento dei crediti deteriorati. Questa situazione rischia comunque di interessare tantissime partite Iva che, secondo la valutazione degli esperti, sono tradizionalmente a corto di liquidità e con grosse difficoltà, soprattutto in questo momento, a rispettare i piani di rientro dei propri debiti bancari.

Nella testimonianza presso la Commissione permanente della Camera dei Deputati, Alessio De Vincenzo, capo del Servizio Stabilità finanziaria della Banca d’Italia, ha ammesso che le condizioni economiche e finanziarie delle imprese sono peggiorate dalla scorsa primavera.

Le banche adottano già un comportamento prudenziale

La nuova definizione di default va assolutamente cambiata afferma con forza il segretario della CGIA, Renato Mason, perché sta già persuadendo le banche a tenere comportamenti molto prudenziali. Con l'abbassamento della soglia di sconfinamento, infatti, c’è il pericolo di un'impennata dei crediti deteriorati. Per evitare che succeda ciò, Bruxelles ha imposto alle banche la svalutazione in 3 anni dei crediti a rischio non garantiti e in 7-9 anni per quelli con garanzia reali.

Pertanto, l'adozione di queste misure sta già ora spingendo molti istituti su posizioni di estrema cautela nell'erogare i prestiti, per evitare di dover sostenere delle perdite in pochi anni. Insomma, per tantissime Pmi è in arrivo una nuova stretta creditizia che dobbiamo assolutamente evitare.

Gli aiuti del Governo a sostegno delle imprese

Il Governo è nel frattempo corso ai ripari. Le stime di Banca d’Italia indicano che a fine 2020, grazie alle misure governative approvate tra marzo e agosto, le aziende in deficit di liquidità sarebbero diminuite da 142mila a circa 32mila, e il fabbisogno complessivo sceso da 48 a 17 miliardi.

Inoltre, ha affermato De Vincenzo, a differenza di quanto visto nelle recenti recessioni, il credito bancario alle imprese è aumentato a ritmi elevati. La crescita ha luogo da marzo dello scorso anno per le società medio-grandi e da giugno, dopo molti anni di contrazione, per le aziende di minori dimensioni: nel 2020 è stata dell’8,6%, contro una sostanziale stabilità nel 2017-19 e flessioni dell’1,7 e del 3,8%, rispettivamente, nel 2009 e nella media del biennio 2012-13.

A cura di: Fernando Mancini

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