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Cgia: bisogna ridare liquidità alle Pmi

Pubblicato il 26/03/2020

Il quadro congiunturale in cui si stanno muovendo le imprese italiane è assai difficile, alla luce della crisi economica innescata dall’influenza da coronavirus. Ma c’è un altro problema cui sono chiamate a fare fronte nello stesso momento: il crollo del credito. Tra il 2018 e il 2019 gli impieghi vivi erogati dalle banche all’intero sistema imprenditoriale italiano, infatti, sono diminuiti di 33,4 miliardi di euro (-4,9 per cento). Una caduta, secondo quanto emerge dall’analisi della CGIA, che ormai dura ininterrottamente dal 2011.  

Zabeo, senza un accesso facilitato molte rischiano la chiusura

“In un momento di emergenza nazionale non è il caso di fare polemiche” premette Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi, per aggiungere che “ tuttavia, è necessario consentire alle Pmi di accedere con più facilità al credito, mettendo le banche nelle condizioni di farlo. A parità di costi, o quasi, ma con fatturati in caduta libera, se nelle prossime settimane le aziende non avranno a disposizione la liquidità per far fronte alle esigenze di ogni giorno, nel giro di qualche mese molte di queste rischiano di chiudere definitivamente i battenti”. 

Problema da affrontare su scala europea

Il Decreto legge varato il 17 marzo, denominato “Cura Italia” e immediatamente in vigore, è finalizzato a sostenere la liquidità delle famiglie, delle imprese e dei lavoratori chiamati a fare fronte all’emergenza sanitaria. A questo proposito, suggeriscono gli esperti, bisognerà vedere se la risposta messa a punto dal Governo sarà esaustiva rispetto alle necessità delle Pmi. Va comunque “salutato positivamente – ha aggiunto Zabeo - l’accordo sottoscritto nei giorni scorsi tra le banche e il mondo delle imprese sulla moratoria sui debiti". Ma la situazione, secondo la CGIA, "va affrontata anche su scala europea”.  

Accorciare i tempi delle erogazioni dei fondi

In sintonia il parere di Renato Mason, segretario della Cgia di Mestre, secondo cui è infatti “importante  promuovere un intervento concertato con gli altri Stati e presso le istituzioni europee affinché la Bce eroghi speciali finanziamenti alle banche con un vincolo di destinazione a favore delle piccole e medie imprese, facendo in modo che entro una certa soglia, ad esempio sotto i 250 mila euro, le procedure di erogazione del prestito avvengano in tempi rapidissimi”. È altresì necessario, aggiunge, “attivare strumenti di finanziamento alternativi al credito bancario, perseguendo uno sviluppo economico meno bancocentrico, anche attraverso l’attuazione di politiche pubbliche di sostegno alle imprese”.  

In un momento in cui la congiuntura economica sta velocemente scivolando verso la crisi economica più pesante degli ultimi 75 anni, tutti si aspettavano – secondo la Cgia - una scelta più coraggiosa rispetto a quella decisa inizialmente dalla Bce. Azione più coraggiosa prontamente arrivata la notte scorsa con la decisione dell’Eurotower di armare il bazooka ‘Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp)’, programma per complessivi 750 miliardi di euro e la possibilità di acquistarne di più se si rivelasse necessario.  

Lo Stato paghi i propri debiti nei confronti delle aziende

Visto che l’Unione Europea sembra intenzionata a “superare” i vincoli imposti da Maastricht, per la CGIA “è arrivato il momento che la Pubblica amministrazione italiana paghi i suoi debiti nei confronti dei fornitori. Secondo stime molto prudenziali, lo stock di debito ammonterebbe a 53 miliardi di euro, metà del quale riconducibile ai ritardi nei pagamenti. Un’anomalia tutta italiana che va sanata, onorando finalmente gli impegni presi in sede contrattuale”.

A cura di: Fernando Mancini

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